Come cambia la visibilità online: perché Google è sempre ai vertici
Con l’avvento di ChatGPT in tanti pensavano che Big G. avrebbe perso più di una freccia al suo arco e persino il trono di una leadership, nelle ricerche online, portata avanti da ormai decenni.
I dati mostrano che non è così. Google ha saputo innovarsi e rinnovarsi, risultando il primo canale su scala mondiale quando si parla di visibilità.
Allo stesso tempo, come evidenziato da Il Sole 24 Ore, siamo soltanto agli inizi per quanto riguarda l’introduzione dell’AI nel search: il cambiamento è soltanto in una fase che potremmo definire primordiale.
Eppure, rispetto al 2025, l’orizzonte appare più chiaro e definito. Vediamo cosa dicono i dati.
L’anima rettiliana di Google, alla base del suo successo
Chi si ferma è perduto, recita un noto detto popolare. Lo è anche chi non sa cambiare pelle. Google non fa parte di nessuna di queste categorie.
Il Gigante di Mountain View si è mosso dapprima con una certa prudenza rispetto all’intelligenza artificiale, per poi scendere in campo quando ormai i giochi, in termini strategici come tecnologici, iniziavano a risultare prevedibili. Nel momento migliore, ma non senza audacia.
Ma andiamo per date. La fase di prudenza si è registrata fino al 2023-2024. Quella di presenza tra la fine del 2024 e il 2025: l’anno della svolta, con l’introduzione delle AI Overviews, di AI Mode e di una versione innovativa di Gemini.
Google non si è limitato a intervenire, per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, nelle sole dinamiche organiche, ma anche in quelle dell’advertising e persino dello shopping.
Lo ha fatto mantenendo il suo tradizionale monopolio. Nonostante tutto, non c’è una piattaforma che sia stata in grado di succedergli al trono, di spodestarlo. Ecco perché.
Google mantiene la leadership, trovando nuovi campi d’azione
Secondo Datos, azienda che fa parte di Semrush, quasi il 60% delle ricerche online condotte sia negli USA che in Europa non porta alcun clic.
Si assiste dunque a un fenomeno meglio noto come Zero-click Marketing. La ragione risiede proprio nell’utilizzo dell’IA da parte di Google.
Ma Datos pone in evidenza, all’interno del report dal titolo “State of Search Q4 2025”, anche altri dati degni di nota. Vediamoli insieme:
- nel 2025 si è assistito a una contrazione delle ricerche su Google pari al 20%;
- negli USA la flessione è maggiore, pari a circa un quinto; in Europa e nel Regno Unito è più contenuta: è intorno al 2-3%;
- le query sono sempre più verticali e condensate, attorno alle 6-9 parole;
- i motori di ricerca più utilizzati, anche in chiave IA, rimangono Google e YouTube, seguiti da Microsoft e Amazon;
- i portali AI-driven sono in crescita;
- la ricerca da desktop di matrice tradizionale copre una quota significativa, intorno al 10%. Il monopolio di Google è altissimo: è stabile intorno al 95% su scala globale;
- a contendersi il primato per le ricerche generate tramite chatbot sono ChatGPT, con il 34% delle risposte, e Gemini (46% delle risposte).
Google si conferma perciò primo su tutti i fronti: il 2025 è stato l’anno della svolta, l’anno di una riedificazione, esplicitando ai massimi termini la sua anima più vera: quella rettiliana. (fonte: seozoom.it)
Il rapporto degli italiani con l’IA Generativa
Come si comportano gli italiani in questo scenario così complesso e in evoluzione? I dati di Altroconsumo mostrano che a utilizzare l’intelligenza artificiale generativa nel 2025 sia il 48% degli utenti, a fronte di una crescita attorno al 20% rispetto all’anno precedente.
Le cose cambiano se però si considera il livello tecnico dichiarato dalle persone, che è piuttosto basso, così come la continuatività nell’uso, pari al 14%.
Padronanza, e dunque competenza, e uso performante sono ancora estranei alla maggior parte degli italiani, salvo che nella fascia d’età più giovane, che ha dichiarato di sentirsi più confident (56%).
C’è però un dato che ancora non lascia scampo: quasi la metà degli utenti non sono soddisfatti dai risultati ottenuti. Le famose allucinazioni dell’IA lasciano ancora più di una perplessità, generando una scarsa fiducia nello strumento.
L’adozione dell’IA è scarsa anche presso le PMI, stando ai dati dell’ISTAT (siamo ancora al 15,7%).
Una cosa è certa: si rivela necessario, per il pubblico italiano, prendere maggiore dimestichezza con i modelli generativi, sia lato business, sia lato search. Solo così sarà possibile fruirli al meglio.
L’incidenza delle dinamiche GEO alla luce della visibilità di Google
Non essere citati dalle IA costa caro, nel 2026. Chi rimane fuori dalle dinamiche orientate dall’intelligenza artificiale perde una percentuale pari al 61% per quanto concerne i clic organici, in linea con l’andamento evidenziato da Datos.
C’è però un ambito in cui i clic organici resistono, anzi, sono in ascesa: l’advertising, complice un rendimento al 91%.
Le imprese si trovano comunque a dover fare i conti con un aggiornamento radicale del paradigma, che va ben oltre il passaggio dalla SEO alla GEO, che in realtà a oggi convivono.
Il vero cambiamento - quello più necessario - è di mentalità e cultura aziendale, anche perché diverse aziende sembrano porsi questa domanda: “se non vengo più cliccato, ha senso investire in comunicazione digitale?”
La risposta è affermativa: investire in digital marketing è ancora più essenziale rispetto al passato, solo occorre adattare vision e strategie. Rispetto all’anno precedente, nel 2026 è più chiaro come muoversi. E questo è un vantaggio, persino alla luce delle previsioni future. (fonte: seozoom.it)
Cosa aspettarsi nel 2026?
Il 2026 si prospetta un anno di assestamento in chiave SEO e GEO, ma anche di nuovi sviluppi delle tecnologie dell’intelligenza artificiale generativa, sia per quanto concerne i contenuti quanto il customer journey.
La tendenza sembra essere quella di fornire risposte sempre più condensate e brevi nonché multimediali.
Di questo ce ne stiamo accorgendo a livello empirico già adesso: spesso vengono menzionati non solo i siti, come fonti autorevoli, ma le pagine social dei network più popolari, a cominciare da LinkedIn, che è diventato un vero e proprio punto di riferimento per chi opera nel B2B.
I social network funzionano sostanzialmente come motori di ricerca secondari: vengono spesso utilizzati dopo una prima ricerca su Google.
Le fonti - e dunque anche le risposte - saranno sempre più di matrice multimediale e agentica, e per questo ancora più personalizzate. Sarà perciò imprescindibile lavorare sia sulla definizione dei vari formati che sulla clusterizzazione.